Scandali ingauni

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Sotto accusa la diocesi di Albenga, che sotto il governo del vescovo pastore Mario Oliveri ha accolto più di una pecorella smarrita. Certo, non è soltanto con Oliveri che l’estremo ponente ligure si è distinto nel dare scandalo.

A Rollo di Andora ricordano ancora il prete transessuale che fu sepolto vestito da donna ma con la stola, perché la Chiesa non riuscì mai a dirimere la questione se il cambio di sesso faccia decadere oppure no il sacramento dell’ordinazione. José Castillo Lara, presidente della commissione pontificia per l’interpretazione del diritto canonico, non riuscì a sciogliere l’ambiguità: un prete dev’essere uomo, ma un transessuale forse lo è ancora, sia pure parzialmente…

E tuttavia don Carlo Pelagatta, questo il nome del sacerdote, nella celebrazione dei sacri misteri si comporò sempre in modo esemplare. Così come l’omosessualità di molti preti accolti dalla diocesi di Albenga ha sempre riguardato il loro rapporto con le gerarchie, ma non ha mai costituito reato né motivo di sospetto. Con la pedofilia cambia tutto.

Lo stesso Oliveri, incline a perdonare bizzarrie di varia natura (nella sua diocesi ci sono parroci che si esibiscono nudi su internet, altri tatuati dalla testa ai piedi, altri ancora sbarcati a forza dalle compagnie di navigazione perché molesti con gli equipaggi o i passeggeri) ha sempre considerato gravissima la violenza nei confronti dei minori. Lo ha ripetuto in pubblico e in privato. Dunque?

Dunque, si sussurra a Roma, potrebbe pagare lui per tutti e per tutto. Non tanto per un personale accanimento di papa Francesco, peraltro poco incline a valutare personalmente le miserie italiane, ma per regolamenti di conti in sospeso da tempo. Non è un mistero che Mario Oliveri, uno dei più brillanti diplomatici vaticani (è stato alla nunziatura di Londra e Parigi) abbia avuto la carriera bloccata dai veti della gerarchia. E anche le battute che sono circolate sulla sua diocesi, arrivata a essere sbeffeggiata in pubblico dal cardinale di Firenze, Giuseppe Betori (“Come caro? Sei di Albenga? Allora sei scusato…”), sono rivelatrici.

Decisamente più salde le posizioni dei vescovi di Savona, Vittorio Lupi, di Genova, Angelo Bagnasco, della Spezia, Luigi Ernesto Palletti (il vescovo di Chiavari, Alberto Tanasini, è considerato un bravo parroco; don Tonino Suetta, a Ventimiglia, è appena stato nominato). E tuttavia la Chiesa ligure rischia di pagare persino la carriera eccessivamente rapida di Domenico Moraglia, genovese, già vescovo della Spezia e adesso patriarca di Venezia.

Moraglia era un beniamino di Tarciso Bertone, l’ex segretario di Stato caduto in disgrazia e additato al pubblico ludibrio per l’attico da 700 metri quadrati. A Moraglia, accreditato da più d’uno come outsider aspirante papa, è stata persino negata la dignità della porpora cardinalizia, che spetta tradizionalmente al patriarca di Venezia.

Miserie umane. Papa Francesco non le conosce neppure, sicuramente, ma è certo che l’occasione potrebbe provocare un terremoto tra Ventimiglia e Sarzana. Si tratta di aspettare.

di Paolo Cecchi – Il Secolo XIX

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