L’inutilità delle Soprintendenze

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Chi sa fare fa, chi non sa fare insegna, chi non sa insegnare diventa soprintendente…
Le soprintendenze sono organi periferici del Ministero per i beni e le attività culturali (regolati dal dl 22 gennaio 2004, n. 42, in materia di “Codice dei beni culturali e del paesaggio”) con compiti in ambito territoriale in materia di beni culturali, paesaggistici, museali, archivistici ed affini.

Gli ambiti nello specifico sono:

  • soprintendenza per i beni archeologici;
  • soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici;
  • soprintendenza per i beni storici, artistici ed etnoantropologici;
  • soprintendenza archivistiche.

La mission della Soprintendenza è quindi quella di salvaguardare il nostro patrimonio artistico e paesaggistico evitando le porcate architettoniche che una gestione troppo libertina potrebbe, per interessi vari, agevolare.

Ma come in tutte le cose fatte “all’italiana” le soprintendenze negli anni sono diventate strutture sempre più complesse e burocratizzate, uno stato nello stato che allunga a dismisura il percorso già arzigogolato di una pratica che, anche se lecita e necessaria (la semplice ristrutturazione di una facciata cadente), diventa lunga e irta di ostacoli (se hai la sfiga di aver avuto un avo daltonico che nel ‘700 ha pittato la facciata di fucsia sei rovinato).

Negli anni la soprintendenza è diventato l’ennesimo commensale da invitare a pranzo al fine di agevolare la pratica per la ristrutturazione del terrazzino sghembo della tua casetta anni ’30, opera che non ti porterà nessun reddito aggiuntivo ma potrebbe salvare la vita di qualche cliente del bar sotto casa (anche il bar ha i suoi problemi: da anni il titolare cerca di piazzare un dehor removibile per allungare di qualche mese l’ormai cortissima stagione turistica ma il progetto è troppo bello e soprattutto non ha mai invitato ha pranzo il soprintendente).

Secondo un’indagine del 2011, condotta da una rivista specializzata, una riforma che limiti e razionalizzi i poteri di veto delle soprintendenze potrebbe garantire un punto e mezzo in più di Pil all’anno. Questo senza abbandonare la tutela dei beni culturali (cosa essenziale in un paese di furbetti) ma passando da “una tutela di maniera, dannosa, ad una tutela reale, passare da abbandoniamolo, così sarà tutelato a utilizziamolo, così sarà tutelato“.

Se i piccoli borghi storici sono alla canna del gas è anche per questo, perché in un sistema fatto di troppe norme il più delle volte criptiche (e soggettive) investire e richiamare investimenti diventa praticamente impossibile.

Serve un cambio di marcia e i soprintendenti sono gli unici a concedersi il lusso di ignorarlo… giusto dottor Roberto Leone?

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