Portoghesi e la Liguria

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“Un paese-laboratorio in cui ideare e realizzare un grande progetto urbanistico, ma anche culturale e sociale, che promuova un’espansione misurata e controllata del territorio, basata sulla tradizione e sulla continuità offerta dagli antichi materiali e delle costruzioni del passato. Un modello unico di habitat, di città ideale”.

E’ una grande scommessa, quella dell’architetto Paolo Portoghesi, protagonista della storia urbanistica italiana e mondiale della seconda metà del Novecento, ieri in visita, accompagnato dal sindaco,Vittorio Desiglioli, e da Gaetano Taramazzo, architetto e consigliere comunale, nello splendido borgo rivierasco.

L’idea di trasformare Cervo in un borgo-modello, in Italia e nel mondo, che faccia da scuola per amministratori e professionisti impegnati a valorizzazione piccoli e meno piccoli centri storici, lo stuzzica e lo appassiona. Così come l’amore che lo lega alla Liguria. “A Cervo ho assistito a un concerto meraviglioso. L’incanto creato dalla musica e dalla magia di quella piazzetta, della chiesa dei Corallini, è stato straordinario”, racconta seduto sul sofà in pelle nera, nella hall dell’Hotel Rossini di Imperia. Il suo innamoramento con la “piccola Salisburgo” sul mare, che da anni accoglie un festival di musica da camera celebre nel mondo, risale a tanti anni fa.

“Mia moglie è nata a Sanremo – rivela Portoghesi – Passavo lì le mie estati. Fu allora che scoprii Cervo e il suo Festival: già godeva di fama e risonanza internazionale. Rimasi sbalordito. Ero passato tante volte dall’Aurelia ma non mi ero mai accorto della bellezza di questo borgo, delle sue piazze, dei “Corallini”, fantastico esempio di barocco ligure: sembra una tromba marina. La struttura del paese è ancora intatta. Il centro è bellissimo. La periferia, mi riferisco a San Bartolomeo e zone limitrofe, purtroppo, non risente invece per nulla della bellezza di Cervo. E questo succede sovente intorno ai centri storici, anche quelli di pregio. Gli architetti dovrebbero riflettere: le cose che si sono aggiunte nel tempo non c’entrano niente, non hanno nessun rapporto “famigliare” con ciò che c’era. Questi borghi, e Cervo lo è, sono una lezione permanente di architettura.

Sono convinto che Cervo sia il posto ideale per creare questo progetto-laboratorio. Occorrerà convincere e coinvolgere architetti e professionisti, organizzare seminari e concorsi sul tema dell’architettura conservativa ed ecocompatibile, sostenere e incentivare gli antichi mestieri, dallo stuccatore al restauratore”.

Una breve pausa, poi il professore ricomincia e parla della “sua” Liguria.

“Mi meraviglio come, tutto sommato, nonostante le follie che sono state fatte, il fascino della Liguria, seppur non intatto, sia in buona percentuale rimasto. Ricordo quando conobbi Sanremo, nel 1951: era una città verde, verdissima. Alberi e vegetazione di qualità che sembravano muoversi come il mare in mezzo alle strade. Dieci anni dopo non era più la stessa cosa. Hanno lasciato riempire le coste, distruggendo certi paesaggi unici, ostinandosi magari a conservare certe cose che… lasciamo perdere.

Fortunatamente, in questo modo si è cancellato soltanto il dieci per cento delle bellezza e dell’attrattiva originali della Liguria: storia e natura sono state più forti del presente e dell’uomo”.

Ma anche sui piani urbanistici Portoghesi ha parecchie cose da dire: “I prg non funzionano, sono delle camicie di forza che impediscono l’attività economica. E poi, si trova sempre il modo per rovesciarli. A volte, addirittura, le condizioni del piano vengono contraddette. A Roma è successo tante volte. Ora la Capitale sta andando verso il mare, obiettivo mussoliniano avversato per decenni e oggi ripercorso”. E pure sui grandi nomi dell’architettura: “I politici italiani sanno che se vogliono l’architettura di moda devono chiamare i progettisti stranieri (oggi va forte il polacco-tedesco Libeskind) oppure Renzo Piano che si dovrebbe però moltiplicare in duecento o clonarsi. Lui è il meno italiano degli architetti nazionali e, come tale, ha vinto la sua battaglia. E’ vero, però, che in certe sue cose si sente la sensibilità italiana”.

Ma la vera battaglia, ora, è quella rivolta alla conservazione dei borghi e centri storici. “Il mondo non si può fermare, va sempre avanti. La conservazione totale ha un costo troppo alto e, alla fine, finirebbe per danneggiare economicamente la comunità. Proibire qualsiasi costruzione, lasciando intatti ambiente e territorio, si può riservare solo a casi unici, nemmeno a Portofino, credo. La soluzione, quindi, non è quella di bloccare tutto ma, semmai, promuovere un’espansione misurata, misuratissima di volumi e altezze, ispirandosi alla tradizione. Intorno a Cervo e ai centri storici liguri di rango non può esistere una periferia “diversa”, a se stante, uguale a Chicago o a una città cinese. In Provenza insegnano: è uscita una legge che ha imposto di riprendere elementi tradizionali (dalla cornice ai materiali passando per il profilo caratteristico delle case).

Cortina stessa, che io ho visto crescere, ha mantenuto la sua bellezza. Ecco lì c’è stato un controllo, una politica di protezione della tradizioni. E i risultati si vedono. Ma il discorso vale per la Normandia e per molte altre realtà”.

Portoghesi sin dall’inizio della sua carriera – si laureò nel 1957 e iniziò a progettare l’anno seguente – il professore si è mobilitato per riportare l’architettura moderna nell’ambito della tradizione storica, facendosi interprete della cosiddetta “architettura dell’ascolto”, teoria basata sull’interpretazione della natura dei luoghi e su come la gente vive gli stessi. A 73 anni portati alla grande, Portoghesi, autore di libri e direttore di importanti riviste del settore, ex direttore della Biennale di Venezia, già preside di facoltà al Politecnico di Milano, critico e storico, amico personale di Carlo d’Inghilterra, ha progettato e costruito opere monumentali come la Moschea-centro culturale islamico di Roma (la più grande d’Europa), la Corte Reale di Amman in Giordania, l’aeroporto di Khartum. Oggi dirige la rivista “Abitare la Terra”. «Sto lavorando per creare un centro congressi in Nigeria – racconta – un’esperienza affascinante. “Il mio sogno? Costruire un pezzo di città in cui le cose funzionino, dove non si produca inquinamento, si consumi pochissima energia e se ne produca di nuova attraverso il sole. Chissà che questa città-sogno non sia Cervo. Vorrei che proprio da qui partisse un qualcosa di unico, capace di interessare tutto il mondo e di creare un modello di convivenza, nel rispetto dell’ambiente, dove si socializzi e si viva bene insieme”. GIORGIO BRACCO

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