Lo Zen e l’arte di impastare

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“Impasto la pasta. E basta.” così inizia l’ultima e attesissima fatica di Carletto, “Lo Zen e l’arte di impastare la pasta”, saggio finale di una trilogia iniziata con “Sensi di colpa dell’acqua sotto zero nell’anno 1912” (analisi sociologica di come una crociera andata a male abbia sconvolto un’intera generazione di Iceberg) e “Io che c’entro…” (psicodramma di un giocatore di freccette, dopo una cura dimagrante, mentre si prova un paio di pantaloni).

Da tempo Carletto non è più costretto a mostrarci le sue doti di scrittore, così come da tempo non ha più bisogno di soldi visto il successo commerciale e di critica dei suoi precedenti scritti. In questa nuova veste Carletto può così cimentarsi in ciò che gli è più caro, impastare, tornando allo stesso tempo al suo primo amore, farina e acqua. Non è un caso quindi che ciò che più differenzia questo libro dai precedenti sia la facilità con cui l’autore tratta i vari temi, libero com’è di potersi esprimere al meglio senza dover rendere conto a nessuno se non alla propria verve creativa.
Significativi in questo senso alcuni passaggi particolarmente ispirati: “Impasto la pasta e basta, nel buio pesto di questo posto losco impasto la pasta e basta”.

Facile cogliere, qui come in tutto il resto del saggio, il minimalismo di un uomo solo che trova appagamento in ciò che fa, lontano dalle tentazioni di un mondo esterno che non gli appartiene. Unica nota stonata, un’eccessiva autostima che traspare in alcune considerazioni come la seguente: “Impasto la pasta, farina e acqua, l’acqua come base di ogni forma di vita… Sono le mani di Dio che alimentano i suoi figli”. di Nick The Pope

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